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Il forum italiano sulle sculacciate (reloaded)

- Joe Lasko -

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- Joe Lasko -

Messaggioda Cattiva » giovedì 06 ottobre 2011, 1:01

- Joe Lasko -

Una sonora sculacciata



Era l’1.30 di notte. La città era addormentata. Ma Lasko no. La pallida luce proveniente dalla sporca vetrina del negozio illuminava a malapena il marciapiede, ma sapeva che era lei. Persino dal buio androne in cui era appostato, sul lato opposto della strada, sapeva che era lei.

Camminava come un agile gatto in cerca della preda, con le lunghe gambe protese in avanti, i piedi che saggiavano graziosamente il terreno e le anche che ondeggiavano ad ogni passo. Camminava velocemente, ma lui poteva scorgerne il viso e il corpo nei brevi attimi durante i quali entrava e usciva dalle macchie di luce. Sebbene avesse gli occhi rivolti verso il basso ed uno sguardo grave, la bellezza sensuale del suo profilo non poteva non colpire.



La guardava camminare lungo la strada, deliziandosi alla vista delle sue labbra e del fondoschiena mentre entrava nell’oscurità della zona residenziale. Riusciva ancora scorgerla, ma solo come una sagoma curvilinea che contrastava con le luci provenienti dall’angolo successivo, fino a che, con alcuni passi decisi, scomparve dentro un palazzo.

Eco la sua tana per la notte, pensò mentre la seguiva nello scuro androne. Sapeva quale era il suo appartamento e sapeva anche molto di più. L’aveva pedinata per 26 ore e chiesto una marea di altre informazioni. Sapeva che sarebbe stata in casa quella notte. Era tardi. Era giovedì. Non stava succedendo praticamente niente. Prima di ritornarsene in macchina aspettò fino a che si spensero le luci nell’appartamento di lei. Aveva bisogno anche lui di dormire.

Mentre guidava rifletté su quanto odiava i casi che coinvolgevano degli amici. Portavano sempre guai. Pensò anche ai casi di divorzio, dato che era in un pessimo stato d’animo. Questi ultimi li odiava forse ancora di più. Il fatto che trattava molte questioni di divorzio era solo perché doveva pur pagare le bollette. Se avesse aspettato di acciuffare una gang di rapinatori di banche o un gruppo di sabotatori per diventare ricco e famoso come i detective radiofonici, sarebbe morto di fame da anni. Invece, mangiava abbondantemente, aveva un tetto sopra la testa, 4 ruote con cui muoversi, riteneva insomma di passarsela piuttosto bene.

La professione di detective privato non era proprio considerata onorevole dalla maggior parte della gente che aveva conosciuto, ma Joe Lasko era sicuramente considerato il più onorevole della sua categoria, per quanto possibile. Ex poliziotto pluridecorato, era stato costretto a ritirarsi in seguito ad un incidente, se così può essere definita una schioppettata in un ginocchio. Lasko non lo avrebbe chiamato esattamente incidente, ma nessuno era interessato alla sua opinione. Gli erano stati fatti i migliori auguri, elargita una buona pensione ed era stato rispedito in città a cercare di capire cosa fare del suo futuro all’età di 42 anni. Non c’era molta scelta. Era entrato nell’accademia di polizia appena terminate le scuole superiori e sapeva solo fare il poliziotto. Non voleva fare la guardia di sicurezza o il lavapiatti, perciò l’unica cosa che rimaneva da fare era aggiungersi alla lista dei detective privati nell’elenco telefonico.

Non avrebbe voluto assumersi questo caso, dato che lo aveva ingaggiato un amico. Lavorare per qualcuno che si conosce è pericoloso. Se ciò che scopri non piace, l’amico può trasformarsi in breve tempo in ex-amico. Ma la paga era buona, e necessaria, dato che i tipi degli uffici pubblici non avevano nessun senso dell’umore o di carità. E, ad ogni modo, questo caso non avrebbe dovuto creare problemi per l’amicizia.

Su questo genere di caso ci aveva già lavorato quando faceva il poliziotto: una signorina aggancia al bar un uomo sposato, lo porta di sopra, gli fa assaggiare un drink chiamato Mickey Finn e, quando è ubriaco, o gli ruba tutto ciò che ha e fugge o, se ne vale la pena, si fa fotografare in pose lascive con l’ignaro malcapitato per poi ricattarlo. Quest’ultimo scenario risale all’invenzione della macchina fotografica, il precedente alla nascita del sesso femminile. Lana, o quale altro sia il suo vero nome, aveva una macchina fotografica, le foto ricattatorie erano per l’appunto ciò che il suo amico gli aveva mostrato.

Stappò una bottiglia mentre pensava al piano che aveva preparato per l’indomani. Era la prima volta che effettuava una cattura senza l’uniforme e questo rendeva la cosa diversa. Aveva un sacco di amici in polizia, ma nessuno lo avrebbe supportato questa volta. Non che si aspettasse molti problemi. L’avrebbe fermata domani quando era da sola e si sarebbe ripreso le foto.

Lana aveva molta classe e riusciva ad attrarre persone più anziane e di classe sociale elevata. Si chiedeva da dove era spuntata fuori e da quanto era nel giro. Le dava 21 o 22 anni, giovane, innocente, una novellina nei sobborghi ma più che adulta per la strada. Più si è esposti alla sporcizia più si diventa duri, Lasko questo lo sapeva bene. Lui c’era stato a lungo e il suo distintivo non lo aveva protetto molto. Era onesto, ma era divenuto duro come loro.

Ma Lana non lo conosceva e lui non conosceva lei. Semplicemente aveva dovuto diventare brutale. Aveva risolto anni fa la questione etica sui maltrattamenti alle donne. Un criminale era un criminale e se era necessario essere brutale lo era. Non aveva mai costretto nessuno ad infrangere la legge. Inoltre, il suo modo di maltrattare le donne poteva essere in un certo modo considerato da gentleman. Lui non dava pugni, spintoni, tirate ai capelli o altre cose di questo genere, largamente usate invece dagli altri poliziotti. No, Joe Lasko era un uomo di vecchio stampo. Quando doveva essere rude con una donna se la stendeva sulle ginocchia e le tirava fuori la verità. Nessuna fanciulla aveva subito questo trattamento più di una volta.



Lasko era al suo posto quando lei scese le scale il pomeriggio seguente. Erano le 2.30, il suo orario solito. Lasko conosceva perfettamente le sue abitudini. Avrebbe preso l’autobus in fondo all’isolato, sarebbe scesa al confine di Manhattan e sarebbe giunta ad uno dei suoi bar alle 4.30, in tempo per prepararsi ad accogliere la folla di uomini d’affari in uscita dagli uffici. Indossava un vestitino aderente di seta che avrebbe stuzzicato qualsiasi uomo con una buona vista e un po’ di sangue nelle vene. Contrariamente allo stile del giorno, i capelli erano sciolti, la lunga chioma bionda fluttuava libera mandando bagliori dorati nella luce del pomeriggio, annunciando le sue forme scolpite, le labbra piene ed invitanti, e gli occhi scuri dalle lunghe ciglia. Per una premier a Manhattan o ad un tavolo da Sardi sarebbe stata perfetta; ma qui nella rumorosa Queen Streetn non lo era. Lasko grugnì. Se era un caso difficile davvero non lo sembrava.

Lasko programmò di acciuffarla a Manhattan. Conosceva la strada che avrebbe percorso e avrebbe potuto facilmente superare l’autobus. Parcheggiò la sua macchina sulla 37esima, proprio vicino a due grandi magazzini vuoti. Persino con il suo ginocchio malconcio, sapeva che sarebbe riuscito ad acciuffarla e sbatterla in macchina, se fosse stato necessario. Non gli avrebbe intentato una causa per rapimento.

Lana non lo sentì avvicinarsi da dietro. Lasko aveva imparato ad usare scarpe con suole di gomma anni addietro.

“Lana? Che piacere incontrarti! Cosa ci fai qui?” Disse Lasko velocemente, giustificando così il fatto di averla strattonata per farla voltare. Sperava solamente che lei non avesse derubato tutti gli uomini che aveva conosciuto.

“Oh, ciao. Come stai ...?” Rispose automaticamente, scrutandolo attentamente in volto per cercare di ricordarsi chi fosse. Le sembrava vagamente familiare, ma non riusciva a identificarlo completamente. Era semplicemente uno dei tipi con cui aveva fatto due chiacchiere prima di salire in camera con la vittima designata? Sapeva di essere attraente ed era abituata ad essere agganciata mentre era in cerca dell’individuo giusto.

Non l’aveva mai vista così da vicino, e realizzò che non aveva ancora davvero sperimentato il potere della bellezza di lei. Gli occhi risplendevano di pagliuzze dorate, le labbra erano umide e satinate e la bellezza classica degli zigomi e del suo nasino aumentava la complessiva sensualità che emanava. Persino la voce era incantevole. In questo attimo di confusione aveva assunto il tono basso dei fumatori, così ricercato dai cantanti popolari, con una piacevole nota di fondo. Sicuramente lei non rassomiglia, parlava o si muoveva come nessuna delle ragazze che aveva catturato fino ad ora, ma Lasko non stava certamente per cadere ai suoi piedi. Sapeva chi era lei. E sapeva cosa doveva fare.

“Joe. Joe Lasko”, disse semplicemente. Il sorriso gentile e comprensivo dipinto sul suo volto ingannò Lana completamente. Non era una persona furiosa, perciò doveva essere un conoscente. Non lo ricordava specificatamente, ma, poiché conosceva il suo nome, doveva avergli parlato più per più di quanto faceva con uno dei soliti ammiratori dei bar. La maggior parte non arrivava neanche a conoscere il suo nome. Lui lo sapeva.

“Salve, Joe. Non riesco mai a ricordarmi i nomi.” Il sorriso brillante e le maniere cordiali di Lana nascondevano completamente il fatto che non lo conoscesse da millenni. Era un tipo abbastanza piacente, quasi bello anche se non nel modo classico, giudicò Lana, ma con uno sguardo duro, non proprio comune tra gli abitanti di New York. Nonostante indossasse giacca e soprabito poté notare che era di costituzione robusta. Un camionista? Uno scaricatore di porto? Non poteva essere un poliziotto?

L’idea le balzò in mente, Lasko glielo lesse negli occhi. Una fanciulla che si procura da vivere illegalmente deve tenere sempre presente il fatto di poter essere acciuffata, persino mentre sta camminando lungo la strada. Lasko non disse niente nel momento, era troppo occupato a scrutarla in volto. Vide la paura illuminarle il volto come se fosse una luce neon, poi spegnersi e lasciare il posto alla solita maschera del predatore da strada, neutra, ma allo stesso tempo di sfida. Ma aveva potuto scorgere la paura. Non era così dura come voleva fargli credere.

“Ha ragione signora”, disse, mutando il sorriso in un ghigno che toglieva tutta la cordialità dalla sua espressione. Appariva duro e parlava da duro. Non disse altro. Traesse pure lei le conclusioni.

“In macchina”, le ordinò bruscamente, facendo un cenno e costringendo la ragazza a muoversi con una stretta gentile ma ferma della mano sul suo braccio.

Ma Lana esitava. La logica animale le diceva che una volta dentro alla macchina era in trappola, senza altra possibilità che la prigione. Era riuscita a scampare l’arresto fino ad ora, ma sapeva già che non avrebbe gradito le soffocanti celle e tutte le altre amenità per cui erano famose le prigioni di New York. No, amava gli spazi aperti e la strada lo era. Tutto ciò che doveva fare era indurlo a lasciarla andare. Dove sarebbe andata e cosa avrebbe fatto dopo non importava, ma doveva andarsene.

Glielo si leggeva negli occhi. Ancora gli occhi. Lasko se ne accorse giusto un attimo prima che il ginocchio di Lana lo colpisse, puntando ad una zona a lui particolarmente cara. Reagì abbastanza prontamente da riuscire a conservare la possibilità di avere una discendenza, nel caso lo avesse voluto, ma non con così tanto da evitare l’impatto del ginocchio sulla coscia. Faceva male, ma non era neanche paragonabile all’acuto dolore provocato dalla seconda parte dell’ attacco di lei. Quando la scarpa lo colpì sullo stinco e scivolò in avanti per pestargli il piede lanciò un muggito.

Lana cercò di divincolarsi e fuggire, ma Lasko non mollò la presa ferrea sul braccio di lei sino a quando non riuscì a raccogliere le forze per sferrare il suo attacco. Con una energia tale da farle girare la testa, egli se la caricò in spalla, sollevò le mani e colpì il suo fondoschiena con tale violenza da farla sollevare sulla punta dei piedi e puntare alla macchina. Tutto accadde così velocemente che il cervello di Lana non registrò cosa stava avvenendo, ma appena realizzò emise un grido lancinante a causa del dolore che si diffondeva dalla sua morbida natica destra.

Da esperto lottatore qual’era, Lasko non le lasciò il tempo di progettare un nuovo piano di attacco. In un lampo, la afferrò per la collottola, e la tenne ferma davanti a sé mentre le sculacciava il minuscolo fondoschiena per tutto il tragitto verso la macchina. Il polpaccio e il piede gli bruciavano in modo infernale, ma fece del suo meglio per assicurarsi che il dolore di Lana fosse maggiore e, dal modo in cui saltellava e squittiva, presupponeva che così fosse.

Il panico che lei provava era interrotto continuamente dagli sculaccioni di Lasko ed un acuto dolore la assaliva mentre percorreva i 20 piedi che la separavano dalla macchina. Era un tragitto breve, ma abbastanza lungo da farle abbandonare ogni speranza. Non riusciva a sfuggire dalla stretta al collo ed era ugualmente fallimentare nei tentativi di proteggere il dolorante fondoschiena.

Il brontolio di Lasko si tramutò nel comando di aprire la portiera della macchina ed entrare. Lana si affrettò ad obbedire, gridando per tutto il tempo dato che Lasko continuava a sculacciarle il sedere.

Egli non vide la smorfia che le attraversò il volto quando il suo sedere toccò il sedile, la porta sbatté e si ritrovo dentro prima di poter pensare a fuggire.

Nella privacy della macchina entrambi i combattenti si leccarono le proprie ferite: Lasko si massaggiava il ginocchio malconcio, il polpaccio e il piede, lei si massaggiava il didietro dolorante. Se, invece di guardare fuori dal finestrino con tanta intensità quasi stessero percorrendo il viale Saks in un giorno di grandi saldi, Lana avesse dato un occhio al volto di lui, sicuramente si sarebbe spaventata a morte.

Pensieri diabolici stavano attraversando la mente di Lasko, come, ad esempio, il desiderio bruciante di rovesciare Lana sulle proprie ginocchia e sculacciarla fino a farla implorare e piagnucolare chiedendo perdono per essere stata così criminale da ammollargli un calcio e causargli quel dolore lancinante al ginocchio malato. “Bimba, prova a fare ancora una volta una mossa così stupida e te ne pentirai”, sibilò Lasko sulla nuca della sua graziosa prigioniera.

“Ma non stai cercando un’altra occasione per imbottire il mio fondoschiena, piedipiatti? Probabilmente è la cosa più emozionante che ti potrebbe capitare in tutto il mese”. La voce sarcastica di Lana rimbalzò sul vetro e lo stesso fece il suo pallido volto. Era spaventata, ma sarebbe morta piuttosto che darlo a vedere.

“Dura da cuocere, eh?” Lasko non era impressionato. “Siediti tranquilla e taci”.

Alla partenza della macchina Lana, a causa dei nervi scossi, fece un sobbalzo, ma questo fu l’unica breccia nella freddezza del suo atteggiamento. Se non fosse stato per il fatto che il suo corpo seguiva i sobbalzi della macchina, avrebbe potuto tranquillamente sembrare un grazioso manichino dentro la vetrina di un negozio di moda. Ma la sua mente era alla continua ricerca di vie di fuga dal caos in cui si era cacciata.

“Di cosa mi si accusa, ad ogni modo?”, chiese cercando di rompere il silenzio e di trovare qualche argomento per convincerlo a lasciarla andare.

Lasko borbottò, si toccò l’interno della giacca e le porse alcune copie delle foto. “Ti riconosci, bambina?” Probabilmente hai dimenticato la sua faccia appena se n’è andato. Ma lui non ti ha dimenticato. Come avrebbe potuto? Una donna attraente, seminuda ... ottimo lavoro fotografico”.

Lana lanciò le foto sul sedile e spostò lo sguardo sul paesaggio cittadino. New York era piena di traffico, ma lei non vedeva la gente che passava, gli edifici grigi, o le strade trafficate. Lasko era calmo. Voleva che lei cuocesse a puntino.



Lasko girò la macchina nel vicolo deserto situato dietro l’ugualmente vuoto edificio del suo ufficio.

“Cosa - cosa sta succedendo?” La voce e l’espressione di Lana tradivano sospetto e paura. Allora, era un vecchio sporcaccione, o peggio?

“Muoviti”, le ordinò tirandola fuori dal sedile al suo fianco. Non appena i suoi piedi toccarono il pavimento aggiunse “E non provare a correre. Se devo ficcarti una pallottola nel sedere, lo farò”.

Lana e il suo grazioso sedere non fecero fatica a crederci. Lo struscio sul sedile dell’auto aveva risvegliato dei punti morbidi.

Lasko la condusse attraverso la porta sul retro, in cima a due rampe di scale. Mucchi di spazzatura abbandonati da anni e pittura scrostata giacevano negli angoli, ma nessun rumore o sembianze di abitazione umana.

“Dove mi stai portando?”, chiese Lana preoccupata. Era in trappola e lo sapeva. “Nel mio ufficio”, rispose Lasko con tranquillità. Aveva già superato la parte più difficile, cioè di portarla fin lì dentro. Ora si sarebbe fatto dire dove erano le foto. Quella era la parte più semplice.

“Ufficio? Cosa diavolo ....”

“Sono un privato. Tutto ciò che voglio sono le foto”, Lasko rivelò la verità.

“Non sei un ...?” Ma tu ...?”

A Lasko veniva quasi da sorridere nel vedere la confusione dipinta sul volto di Lana, ma prima che potesse farlo arrivò l’illuminazione. I suoi grandi occhi si strinsero, avvisando Lasko delle sue intenzioni violente prima che dicesse sogghignando “Perché tu, figlio di ...”.

Lasko la interruppe prima che potesse finire di insultare la sua venerata madre defunta. “Non ho mai detto di essere un poliziotto”, le ricordò, “Tutto ciò che voglio sono i negativi”.

“Lasciami andare!” disse Lana freddamente, esercitando tutta la sua forza per strapparsi dalla sua presa.

“Voglio i negativi ..”, iniziò Lasko, ma Lana non lo lasciò terminare. Il suo attacco fu veloce e furibondo. Ringhiava, calciava, schiaffeggiava e graffiava. Lasko riuscì a bloccare la maggior parte dei colpi, ma uno schiaffo passò, facendogli fischiare le orecchie e strappandogli della carne dal volto nel punto in cui le sue unghie avevano lasciato solchi simili a quelli di un aratro. Con uno sforzo frenetico, Lasko alla fine la abbrancò con le sue possenti braccia. Era arrabbiato. Lo era sempre quando veniva schiaffeggiato e graffiato.

“Mi darai i negativi, bimba. Tutti. E mi pregherai di poterlo fare”.

Lana era troppo presa dalla rabbia per avvertire la minacciosa promessa che era stata pronunciata. Lei stava tentando con tutte le sue forze di schiacciargli un piede, ma non ci riusciva.

La loro piccola battaglia era passata inosservata nell’edificio deserto, e lo stesso fu per la ripetizione della marcia a sculaccioni che Lasko intraprese come mossa controffensiva. Sin dal primo sculaccione giù nella hall e fino all’ufficio, Lana dovette impegnare le sue energie nella difesa più che nell’offesa, i suoi urli, esclamazioni e bestemmie rimbombavano sui muri spogli ad ogni doloroso passo.

Come d’abitudine, Lasko chiuse la porta con un calcio, ma continuò a sculacciare Lana fino a che non la depositò su una sedia sul lato opposto della grande stanza. La spinse sulla sedia e poi ce la respinse quando, avvertendo il dolore causato dal legno sulla suo fondoschiena, tentò di rialzarsi.

“Stai tranquilla, bambina. La prossima volta che il tuo sedere si solleva dalla sedia, lo depositerò sulle mie ginocchia per una vera sculacciata!” Lasko usò tutta la sua rudezza con la ragazza, ma lei si mostrò molto più remissiva di quanto era abituato. Si aspettava che lei si agitasse sulla sedia, invece si era fermamente convinta che lui fosse un cavaliere dalla lucente armatura. Avrebbe potuto prenderla a pugni o picchiarla sul serio invece di spazzolarle il didietro - molti tipi che lei conosceva lo avrebbero fatto con piacere. Il fondoschiena le bruciava un pochino, ma non abbastanza da impedirle di saltare su e correre alla porta non appena lui le voltò la schiena per appendere il cappotto.

Lasko aveva perso un po’ di agilità con gli anni, ma era ancora sorprendentemente agile pur avendo una corporatura così robusta. Appena Lana si mosse le afferrò il vestito con una mano. Il vestito era abbottonato dal collo al fondo, la cucitura resse fino a che poté, ma prima che, sia Lana che Lasko, avessero tempo di digerire ciò che stava accadendo, i bottoni saltarono e Lana rimase in piedi coperta solo da biancheria intima nera e giarrettiere. L’involontario incidente lasciò entrambi i combattenti sbalorditi, ma solo per un momento.

La pazienza di Lasko aveva raggiunto i limiti con quella ragazza e la perdita del vestito rendeva solo più semplice ciò che comunque aveva progettato di fare. Lana avvertì un’inspiegabile sensazione di umiliazione e rabbia nel trovarsi così esposta - Lasko non era uno dei soliti tipi che era solita sedurre con ancor meno vestiti addosso e più carne esposta.

Non sapeva, né aveva tempo di domandarsi perché fosse così. In un battito di ciglia Lasko la raggiunse, la afferrò e decuplicò il suo timore e la sua umiliazione sbattendosela sulle ginocchia.

Il tentativo di fuga di Lana fu tanto disperato quanto inutile. Avvertiva ancora il dolore delle precedenti sculacciate e sapeva che quello che doveva venire sarebbe stato peggio. Era certa che Lasko stava per propinarle la più sonora sculacciata che avesse mai provato o sognato negli incubi peggiori. Aveva ragione. Lasko non si era mai sentito più determinato o giustificato nel somministrare una sonora e meritata sculacciata e dire che era un uomo che aveva impartito, nel corso della sua carriera in polizia, più di una lezioncina di questo genere.

Lasko si concesse un momento per godersi lo spettacolo dei contorcimenti del posteriore di Lana protetto dalle mutandine, prima di tirare giù sino alle caviglie la delicata stoffa. La visione della sua bellezza a sedere nudo avrebbe distratto anche un cieco, ma Lasko era in missione. Tutti i lamenti, urla e grida di Lana furono doverosamente ignorati appena il braccio della giustizia si mise in moto.

Lana non lo sentì arrivare, perciò il primo sonante sculaccione elargito dal palmo carnoso di Lasko ebbe una divertente - per Lasko non per Lana! - reazione ritardata: il corpo di Lana si contrasse, testa e piedi balzarono su ed il viso si contorse con un’espressione spaventata. Le sue labbra si mossero furiosamente, ma, in quell’attimo che ci mise il suo cervello ad incamerare il tormentoso messaggio proveniente dal suo martoriato deretano, nessun suono fuoriuscì. Quando fu registrata la piena portata della collisione, la seminuda ragazza scoppiò. Ogni muscolo del suo corpo, dopo il colpo sferrato da Lasko, incamerò energia per cercare di sfuggire un nuovo colpo. Non doveva essere.

Sebbene la mano di Lasko avesse indugiato abbastanza a lungo da riuscire a saggiare il curvilineo fondoschiena della criminale, da esperto educatore quale era, non ci mise più di un momento per risollevare la sua mano e utilizzarla nuovamente sull’altra natica di Lana. Seguì un’azione ripetuta della prima sculacciata e poi il tempo si fermò e l’azione riprese quando Lasko incominciò a impartire alla fanciulla di strada una lezione che non avrebbe dimenticato mai più.

Secondo Lana Lasko colpiva in moto metodico e forsennato con la piena forza del braccio e della mano. Una natica stava esplodendo di dolore e non appena il dolore di una sberla raggiungeva l’apice, la seconda raggiungeva il sedere dolorante. Ogni colpo proveniente dalla mano di Lasko era una tortura e lei esprimeva ad alta voce le sue sensazioni, ma il ritmo di lui non rallentò né variò fino a che non furono elargiti 20 gravi sculacciate al sedere nudo e ormai rosso della ragazza.

Lasko era stato ben attento ad osservare e ascoltare il segnale che indicava che Lana stava iniziando a veder la luce rossa. Sapeva che se l’avesse ammorbidita - e tenuta in posizione in caso avesse avuto bisogno di un’altra ammorbidita - avrebbe potuto scoprire dove erano i negativi e quant’altro desiderava sapere. Aveva scoperto quando era ancora un novellino in polizia che le sculacciate avevano un successo rapido e veritiero.

Lana non sapeva niente di tutto ciò, ma il suo spirito di sopravvivenza sì.

Quando Lasko le fece una domanda rispose.

“Qual’è il tuo vero nome?”, volle sapere. Sapeva che non era Lana e immaginava che fosse opportuno conoscersi meglio dato che le stava sculacciando il sedere nudo.

“Laura”. La risposta fu immediata, e sortì l’effetto voluto di fermare lo sculaccione che sarebbe sopraggiunto se avesse esitato. Aveva ragione, come poté scoprire quando le domande si fecero più difficili. Allora Lasko riprendeva a sculacciarle il didietro fino a che non tirava fuori delle risposte che potessero ritenersi oneste. Quindi smetteva e continuava l’interrogatorio mentre il sedere rosso e infiammato di Laura riscaldava l’ufficio. Ripetendo questa procedura, Lasko scoprì dove erano i negativi ed anche alcune informazioni molto personali circa il suo ambiente e la sua carriera.

Quando fu soddisfatto Lasko annunciò che era giunto il momento di parlare di meno e agire di più. Lana avvertì timore, ma anche gratitudine poiché la fine della sua tortura era in vista. Si sentiva prosciugata e vulnerabile, ma stranamente sicura. Era come essere sulle ginocchia di un prete durante la confessione o su quelle di un immaginario padre che non aveva mai conosciuto. Prima ancora che Lasko iniziasse a somministrarle ciò che immaginava di meritarsi, le salirono le lacrime agli occhi.

Le lacrime non andarono sprecate - scesero a torrenti non appena Lasko le elargì la sculacciata che meritava. Fu ad un certo punto nel mezzo della punizione che Lana morì per sempre e Laura, futura amica e ragazza del venerdì sera di Lasko, nacque.

Tutto ciò sembrò corretto a Lasko - ai bambini non veniva dato uno sculaccione quando venivano al mondo? Il sedere di Laura era un po’ più grosso e curvo, ma, più o meno allo stesso modo, una sculacciata aveva prodotto l’effetto desiderato quella prima volta e tutte le altre volte dopo di quella...
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Messaggioda Keith » giovedì 06 ottobre 2011, 22:04

Wow, una classica detective story in salsa spanking 8)

ciao,
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Messaggioda Cattiva » venerdì 07 ottobre 2011, 0:11

Keith ha scritto:Wow, una classica detective story in salsa spanking 8)

ciao,
Keith


dovevo postarla per forza! :D

mi è piaciuta tantissimo la parte dove viene specificato il cambiamento seguito della punizione, quando Lana ritorna ad essere Laura...
stupendo! :roll:
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Messaggioda Candy » giovedì 08 dicembre 2011, 22:56

Bel racconto davvero! :P
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Re: - Joe Lasko -

Messaggioda Eroise » mercoledì 05 agosto 2015, 9:36

Non l'avevo mai letto, mi è piaciuto proprio :)
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